Gli storici antichi (Strabone, Diodoro Siculo, Giustino) collocano in Calabria,
dalla seconda metà del IV sec. a.C., il popolo italico dei Brettii (o Bruttii),
originariamente servi-pastori lucani. Dopo sommosse e scorrerie, fondarono
una Confederazione con capitale Cosenza (circa 356 a.C.). Alleati di Cartagine
nella II Guerra Punica (219–202 a.C.), non resistettero però alla definitiva
conquista romana.
Le fonti li descrivono con lingua “oscura” come la pece, ma erano bilingui:
osco e greco. Gli insediamenti fortificati dominavano vie e risorse, con
architetture in ciottoli e mattoni crudi, e fortificazioni simili a quelle
greche. L’economia si basava su agricoltura, pastorizia, lana, latticini e
sulla famosa pece della Sila. Cinturoni in bronzo, corazze sbalzate,
diademi e gioielli riflettono il gusto dei Brettii, che importavano o
imitavano vasi italioti e armi greche.
Cosenza e i territori dei Brettii
Cosenza, metròpolis dei Brettii
Il colle Pancrazio, sede del primo insediamento, dominava sia la valle del Crati
sia il fiume Savuto: nodi strategici per i commerci Ionici e Tirrenici. Sin dal
331 a.C., con le spoglie di Alessandro il Molosso, e durante la II Guerra Punica,
Cosenza mantenne il suo ruolo di capitolium brettio.
La rocca brettia
Le pareti naturali del colle e una cinta muraria in arenaria proteggevano
Cosenza, rifugio per i villaggi vicini. Le fonti raccontano della spedizione
del 331 a.C. e delle fortificazioni scoperte in Palazzo Sersale, Seminario
Arcivescovile e Piazza Toscano.
Scavi urbani di età ellenistica a Cosenza
I riti funerari dei Brettii
Simili ad altri popoli italici, seppellivano i defunti con corredi che
includevano armi (elmo, corazza, spada), strumenti atletici (strigili),
recipienti di simposio e ornamenti. Le tombe variavano da semplici fosse
a tombe a camera decorate e affrescate.
La tomba a camera di Villanello
A nord-ovest del colle, ritrovamenti ottocenteschi e un capitello ionico
suggeriscono una ricca tomba monumentale, forse di un guerriero brettio.
La necropoli di Moio
Scoperta nel 1932 durante i lavori dell’Ospedale dell’Annunziata, conteneva
circa 70 tombe a fossa “alla cappuccina” con corredi poveri: ceramiche
a vernice nera, fibule, spiedi e alari in piombo, e rari vasi a figure rosse.